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domenica 11 maggio 2014

Il gregge ha bisogno del suo pastore


Il gregge e il Buon Pastore

di Rosario Cilia


 La Bibbia è piena di simbolismi e presenta numerosi esempi pratici della vita quotidiana da cui si traggono grandi lezioni morali che permettono anche di scorgere quella che è la “personalità” del nostro Signore.
Facciamo un passo indietro: già nell’Antico Testamento il Signore utilizza per il suo popolo l’appellativo di gregge:
Tu guidasti il tuo popolo come un gregge … -  Salmo 77:20 - E noi , popolo e gregge del tuo pascolo, …- Salmo 79:13.
Ai nostri giorni l’attività di pastore è molto cambiata. Gli allevamenti non sono più quelli di una volta; è tutto più sofisticato dalla meccanizzazione della zootecnia. Mentre prima si praticava la transumanza e il libero pascolo, oggi per nuove esigenze è tutto o quasi circoscritto ai locali di ricovero degli animali.
Ma pensiamo al rapporto antico e diretto tra pastore e gregge, che in qualche zona del nostro meridione si può ancora vedere. La giornata del pastore è scandita da orari ben precisi e da doveri nei confronti del gregge dai quali non ci si può esimere: la mungitura, innanzitutto; e poi la pastorizia che impone di muoversi molto, guidando gli animali in luoghi dove vi è vegetazione a sufficienza. In certe aree geografiche si è costretti addirittura a spostarsi su colline scoscese distanti dalle comodità delle proprie dimore.
Questo è un lavoro dove spesso si passa molto tempo da soli con il gregge; cosicché s’instaura un rapporto affettivo con gli animali. Pensiamo agli animali domestici e a come questi si legano al loro “padrone”. Così accade anche con le greggi. Esse riconoscono molto bene il loro pastore poiché egli le nutre, controlla il loro stato di salute, le difende da attacchi di animali predatori e si  occupa di tutto ciò di cui hanno bisogno.
Si tratta di un lavoro che non si può svolgere solo per senso del dovere; occorre anche un profondo amore per gli animali. L’esempio del pastore con il gregge è particolarmente adatto per descrivere il rapporto tra Dio e l’uomo.
“Come un pastore, egli pascerà il suo gregge; raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.”- Isaia 40:11.

È molto interessante da un punto di vista psicologico approfondire le due “personalità”: quella del pastore e quella della pecora (tali soggetti, ovviamente, stanno a indicare qui la figura di Dio e dell’uomo).
Tra le più note parabole di Gesù c’è sicuramente quella della pecora smarrita (Luca 15:1-7):

 “Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro quella perduta finché non l’ha ritrovata? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini , e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta”.
“Come il pastore ama le sue pecore e non si dà pace se gliene manca una sola, così il Padre ama gli esseri più abbietti ed emarginati, ma in misura infinitamente più grande”  (E.G. White, Parole di Vita, p. 123).
Quante volte ci capita di essere scoraggiati, depressi, e di dare ascolto al nostro Nemico, l’accusatore dei fratelli, abbassando lo sguardo su noi stessi, esseri peccatori, concentrandoci sulle nostre colpe? Il nostro Signore, invece, è sempre lì accanto a sussurrarci: “Alza lo sguardo, io ho pagato per te!”. Il pastore della parabola non aspetta che la pecora smarrita  torni da sé, ma va personalmente a cercarla in mezzo ai posti più disparati della terra e non si dà pace finché non l’ha trovata.

“Cristo trarrà dall’abisso della corruzione e dai rovi del peccato chiunque accetti la salvezza. Se sei depresso, fatti coraggio, qualunque sia la gravità del tuo peccato! Non pensare che forse Dio perdonerà la tua colpa ammettendoti alla sua presenza … Dio ha già fatto il primo passo: quando tu eri in rivolta aperta contro di lui, è venuto a cercarti.
I giudei insegnavano che Dio ama il peccatore solo dopo che si è pentito. Secondo loro bisognava fare penitenza per guadagnarsi il favore celeste. … in questa parabola il Salvatore insegna che noi non siamo salvati perché cerchiamo Dio, bensì perché Dio cerca noi. Noi non ci pentiamo affinché Dio ci ami, piuttosto Egli ci manifesta il suo amore per indurci a pentimento” (E.G. White, Parole di Vita, p. 125).
Quando siamo stati giù di morale o abbiamo fatto uno sbaglio nella nostra vita... quante volte ci siamo sentiti incoraggiati con questo modo di pensare? Questo è un serio problema del mondo religioso, compreso l’avventismo. È un modo di pensare che ci si porta dentro e lo trasmettiamo anche inconsciamente: con atteggiamenti sprezzanti, colpevolizzando chi ci sta attorno, dando giudizi con superiorità intellettuale sulla vita e le idee di coloro che hanno esperienze diverse dalle nostre. Ragionavano così i farisei nei confronti persino di Gesù: “Costui accoglie i peccatori”!
Ormai troppo spesso la comunità religiosa è concepita come una “nicchia” di persone che hanno raggiunto uno “status” e non piuttosto come una comunità aperta di credenti che vivono un’esperienza da condividere. Mi piace molto l’immagine di Gesù come grande medico che cura la malattia del peccato, della chiesa come grande ospedale nel quale tutti possiamo trovare ristoro “all’ulcera del peccato”; una chiesa dove non vi è una lobby di professionisti che non fanno altro che adulare il proprio narcisismo ma uomini che alleviano la coscienza di chi sente la colpa per gli errori commessi; persone che condividono il messaggio di speranza e di guarigione dell’anima da parte del nostro Signore.

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