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mercoledì 13 maggio 2015

Sono le 17,17 del 13 maggio 1981,due spari in Piazza S. Pietro ,ma avviene il miracolo.

13 Maggio. Giovanni Paolo II si salva miracolosamente da un attentato


Pochi minuti dopo essere entrato in piazza San Pietro per un’udienza generale, mentre si trovava a bordo della sua Papamobile scoperta, Karol Wojtyła fu ferito gravemente da due proiettili sparati da Ali Ağca. Soccorso immediatamente, fu sottoposto ad un intervento di 5 ore e 30 minuti[1], riuscendo a sopravvivere: “Sono le 17.17. […]. Ali Ağca ha colpito il pontefice con due proiettili esplosi da una pistola Browning calibro 9 da una distanza di tre metri e mezzo. Il primo proiettile ha raggiunto il papa all’addome, ha attraversato l’osso sacro, è uscito dai lombi, ha sfiorato lo schienale della Fiat Campagnola bianca e ha colpito al torace la pellegrina americana Ann Odre, alla quale verrà asportata la milza. Il secondo proiettile […] ha fratturato l’indice della mano sinistra del pontefice, gli ha ferito di striscio il braccio destro appena sopra il gomito e ha colpito al braccio sinistro un’altra turista statunitense, Rose Hall. […]. In ambulanza [il papa] è assistito dal suo medico personale, Renato Buzzonetti. Privo di conoscenza, è portato in sala operatoria. Il polso è quasi impercettibile. […]. Riceve l’unzione degli infermi dal segretario particolare, don Stanislao Dziwisz. L’anestesista gli toglie l’anello dal dito. Malgrado la perdita di tre litri di sangue stia per provocare la morte per dissanguamento, il cuore regge. […]. L’intervento è portato a termine con successo”. Agca è un terrorista professionista, noto alle polizie di mezzo mondo. È lì per assassinare il primo Papa in epoca moderna, vuole passare alla storia anche se, dietro di lui, c’è una trama di connivenze, aiuti dei servizi segreti dell’Est fiancheggiatori della peggior specie, pronti a vendersi l’anima a chi paga di più. Agca impugna una “Browning” calibro 9. Spara con precisione. Ma avviene il miracolo. Le pallottole trapassano il corpo del Papa ma non ledono gli organi vitali. Più tardi dirà: “Una mano ha premuto il grilletto, un’altra mano materna ha deviato lo traiettoria del proiettile. E il Papa agonizzante si è fermato sulla soglia della morte”. Giovanni Paolo Il è convinto che sia stata la Madonna a salvarlo: il 13 maggio è il giorno della prima apparizione della Vergine di Fatima nel 1917 ai pastorelli. Sabato 16 maggio registra, in sala di rianimazione al Policlinico Gemelli, la preghiera domenicale. La voce affaticata del Papa ferito viene diffusa domenica 17 maggio: “Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato. Unito a Cristo, sacerdote e vittima, offro le mie sofferenze per lo Chiesa e il mondo”. Il segno del sangue modifica anche la popolarità già immensa di questo Papa e lo fa come lievitare, immettendovi un elemento di maggiore profondità. Nella sofferenza si innesta la grazia della redenzione. Il dolore che salva. Il 13 maggio 2000 il Papa permette che si tolga il velo al segreto del secolo, alla “Terza parte del Segreto di Fatima”. Quel “vescovo vestito di bianco che cammina fra i cadaveri dei carbonizzati e giunge ai piedi di una grande croce e cade a terra morto colpito da frecce e armi da fuoco”  potrebbe essere proprio Giovanni Paolo II! Una profezia che accompagna le inchieste giudiziarie. Seguendo la “pista bulgara” si trovano i complici come Oral Celik, Omer Ay, Sedat Kadem. Un intrigo internazionale dai contorni ambigui e velenosi. Dimesso dal Policlinico Gemelli il 3 giugno, viene di nuovo ricoverato il 20 dello stesso mese per una grave infezione. Il 5 agosto i medici del Gemelli lo operano ancora. Dal 14 agosto al 30 settembre il papa trascorre la convalescenza a Castel Gandolfo.La visita ed il perdono del Papa-. Due anni dopo, nel Natale del 1983, Giovanni Paolo II volle incontrare il suo attentatore in prigione e rivolgergli il suo perdono. I due parlarono da soli e gli argomenti della loro conversazione sono tuttora sconosciuti. Il papa disse poi dell’incontro: “Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui”. Tuttavia, Indro Montanelli riportò in seguito alcune parole che Giovanni Paolo II, durante una cena privata del 1986, gli riferì sull’episodio: “«Santo Padre», dissi, «lei andò a trovare in prigione il suo attentatore…». «Carità cristiana…». «Certo, carità cristiana. Ma che cosa riuscì a capire dei moventi e dei fini di quello sciagurato?». […] «Parlai con quell’uomo», disse, «dieci minuti, non di più: troppo poco per capire qualcosa di moventi e di fini che fanno certamente parte di un garbuglio… si dice così?… molto grosso. Ma di una cosa mi resi conto con chiarezza: che Alì Agcà era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c’era stato Qualcuno o Qualcosa che gli aveva mandato all’aria il colpo”. Giovanni Paolo non fece mai, né nel rievocare quell’episodio né in tutto il resto della conversazione, il nome di Dio o della Provvidenza. Disse soltanto: «Qualcuno o Qualcosa». Ma si sentiva benissimo che in quel Qualcuno o Qualcosa nessuno ci crede quanto lui. E aggiunse anche, con un sorriso: «Per di più, essendo musulmano, ignorava che proprio quel giorno era la ricorrenza della Madonna di Fatima…»”.
Le indagini e le ipotesi-. Le lunghe indagini non portarono mai alla scoperta dei veri mandanti dell’attentato. La commissione Mitrokhin del Parlamento italiano, però, analizzando documenti provenienti da Germania ed Ungheria, stilò una relazione di maggioranza, secondo la quale l’attentato sarebbe stato progettato dal KGB in collaborazione con la Stasi, i servizi segreti della Germania Est, con l’appoggio di un gruppo terroristico bulgaro a Roma, che a sua volta si sarebbe rivolto ai Lupi grigi, un gruppo turco di estrema destra di cui Ali Ağca faceva parte. Una relazione di minoranza della stessa commissione negò questa tesi; tuttavia, altri documenti scoperti negli archivi sovietici e resi pubblici nel marzo 2005 supporterebbero la tesi che l’attentato sia stato commissionato dall’Unione Sovietica tramite il KDS bulgaro. Le autorità bulgare si sono difese dichiarando che Ali Ağca lavorava per un’organizzazione anti-comunista guidata dai servizi segreti italiani e dalla CIA. La difesa delle autorità bulgare è in parte avvalorata dal fatto che i Lupi grigi erano in effetti al comando del Counter-Guerrilla, il braccio in Turchia della rete “stay behind” Gladio, sostenuta segretamente dalla CIA e da altri servizi segreti occidentali. Le motivazioni che avrebbero portato l’URSS a preparare l’attentato non sono state chiarite; secondo i sostenitori di tale ipotesi, probabilmente l’Unione Sovietica temeva l’influenza che un Papa polacco poteva avere sulla stabilità dei loro Paesi satelliti dell’Europa Orientale, in special modo la Polonia. Tutte queste informazioni vanno considerate come ipotesi, perché ad oggi non sono state comprovate le circostanze e le motivazioni dell’attentato. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, inoltre, dichiarò nel maggio 2002, durante una visita in Bulgaria, di «non aver mai creduto nella cosiddetta connessione bulgara». D’altro lato, l’inchiesta su un vasto traffico di armi e droga condotta dal giudice Carlo Palermo negli anni ottanta, rivelò che Abuzer Ugurlu (capo della mafia turca che permise ad Ali Ağca di entrare in Bulgaria) e Bekir Celenk (contrabbandiere e tramite fra i Lupi grigi e i servizi segreti bulgari, secondo quanto dichiarato da Ali Ağca), per agire in tranquillità, lavoravano come “agenti doppi”, sia per l’est sia per l’ovest.
A queste informazioni si aggiunse quella del coinvolgimento di Cosa Nostra nell’attentato, di cui parlò il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, ma non furono trovate prove concrete per dimostrare tale ipotesi: infatti Calcara raccontò di essere stato personalmente incaricato da Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano accusato di associazione mafiosa) di recarsi a Roma il 12 maggio 1981, per incontrare Saverio Furnari e Vincenzo Santangelo (due mafiosi di Castelvetrano) con cui avrebbe dovuto prelevare il giorno successivo due turchi armati in piazza San Pietro; venti minuti dopo l’attentato, all’appuntamento si presentò solo uno dei due uomini, molto agitato e scortato da un uomo, un certo Antonov che, gli dissero, lavorava per l’ambasciata russa. Subito dopo, Calcara e i due mafiosi tornarono a Milano: lì Furnari e Santangelo uccisero il turco e Calcara li aiutò a seppellirlo nelle campagne dell’hinterland milanese. Tuttavia gli inquirenti che andarono a cercare i resti del turco nel luogo indicato dal collaboratore di giustizia non trovarono nulla e Calcara sostenne che il terreno era stato certamente smosso e il cadavere spostato. Ali Agca ha sempre fatto dichiarazioni contraddittorie e confuse sulla vicenda, anche collegando la sua detenzione con la sparizione di Emanuela Orlandi. Nel 2013 ha suscitato una nuova polemica la dichiarazione, contenuta nell’autobiografia del terrorista turco, secondo il quale il mandante “morale” dell’attentato sarebbe stato l’ayatollah Khomeini, ipotesi ritenuta azzardata, ma non del tutto inverosimile, da molti.
L’attentato in Portogallo e l’interpretazioni religiose degli eventi-. Un altro tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II avvenne il 12 maggio 1982 a Fatima, quasi un anno dopo il primo attentato: un uomo tentò di colpire il papa con una baionetta, ma fu fermato dai servizi di sicurezza. L’uomo, un sacerdote spagnolo di nome Juan María Fernández y Krohn, si opponeva alle riforme del Concilio Vaticano II e definiva il Papa un “agente di Mosca”. Fu condannato a sei anni di prigione e poi espulso dal Portogallo. Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede analizza l’attentato, mettendolo in relazione con l’ultimo dei Segreti di Fatima. Le differenze sono notevoli: piazza San Pietro non è una ripida montagna e al centro c’è un obelisco egizio, non una grande croce di tronchi grezzi. La città non è in rovina, non è morto nessuno, non gli sparò un gruppo di soldati. D’altra parte è vero che l’attentato è avvenuto nel giorno della ricorrenza della prima Apparizione della Madonna ai pastorelli di Fatima e Giovanni Paolo II, convinto che fu la mano della Madonna a deviare quel colpo e a salvargli la vita, volle che il proiettile fosse incastonato nella corona della statua della Vergine a Fatima
Altre ipotesi-. A sparare a papa Wojtyla in piazza San Pietro, il 13 maggio di trenta anni fa, furono in due. Ne è convinto Ilario Martella, il giudice che istruì il processo per l’attentato al papa polacco, secondo cui a sparare non fu il solo Ali Agca. Quindici testimoni raccontarono che gli spari in piazza San Pietro furono tre. E’ accertato che dalla pistola di Agca partirono solo due colpi. Sette testimoni dissero di avere udito soltanto due spari. Credo ai quindici e dico che non c’è dubbio che gli spari furono tre. Due colpi partirono dalla pistola di Ali Agca e ferirono Giovanni Paolo II all’addome e alla mano. Il terzo? Agca dichiarò inizialmente di aver agito da solo, nella piazza gremita di fedeli, ma tutto fa ritenere che vi fosse un complice che si dileguò tra la folla, spiega Martella che alla tesi ha dedicato anche il volume ’13 maggio 1981: tre spari contro il Papa’ (edito da Ponte alle Grazie). C’è un ulteriore elemento che rende forte della convinzione l’allora giudice istruttore del processo all’attentato a Giovanni Paolo II. Una fotografia scattata da un giornalista americano che il 13 maggio 1981 si trovava in piazza San Pietro nel momento delll’attentato. “La fotografia, di cui siamo in possesso, – spiega Ilario Martella – ritrae un giovane di spalle che impugna una pistola e si dà alla fuga dopo gli spari. Anche questo mi sembra un elemento di non poco conto”. Alla fine del primo processo, nel luglio dello stesso anno, Agca venne condannato all’ergastolo ma tanti interrogativi rimasero aperti. Nel mese di novembre ebbe inizio una delle inchieste più difficili e oscure. A condurla fu appunto il giudice istruttore Ilario Martella che riferisce le sue convinzioni: “Si trattò di un complotto internazionale per assassinare un Pontefice scomodo per gli equilibri già precari d’Europa”. Un importante corpo del reato, poi, si rammarica ancora il magistrato a distanza di tanto tempo, è dato dalla pallottola che finì nella papamobile: “Purtroppo – dice il magistrato – ci venne tolta, utilizzata come reliquia e inviata a Fatima (si tratta della pallottola che venne incastonata nella corona posta sulla testa della Madonna). Quando si venne a sapere di questa pallottola, l’inchiesta era chiusa. Disponendone, avrei potuto ricostruire esattamente la dinamica degli spari”.
La pistola che ferì Giovanni Paolo II si trova in Polonia-. “Un oggetto di violenza e di morte che può raccontare la lotta per la vita e diventare segno del perdono”. E’ nelle parole del capo del Dap, Giovanni Tamburino, il significato del ‘passaggio di consegna’ della pistola con cui Alì Agca il 13 maggio 1981 sparò a Giovanni Paolo II. La Browning HP., calibro 9 Parabellum, matricola 76C23953, una vera e propria arma da guerra custodita nella sede del museo criminologico del Dap, diretto da Assunta Borzacchiello, è stata consegnata al direttore della Casa famiglia di Karol Wojtyla a Wadowice in Polonia, monsignor Dariusz Ras. Il prestito avrà la durata di tre anni. C’è un rapporto di profondo affetto e amicizia tra Italia e Polonia – ha ricordato il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – questa arma è un segno negativo, di violenza, ma testimonia anche il perdono che il Papa ha donato al suo attentatore. “La storia – ha rimarcato Tamburino – va conservata, e deve costituire momento di riflessione, anche nei suoi aspetti negativi, perché l’uomo progredisca ed eviti di ricadere negli stessi errori e nella banalità del male”. “La Browning – spiega monsignor Ras – è un oggetto che racconta una storia terribile, ma alla fine dice la vittoria della vita e della sofferenza del Papa. Nel museo mediatico di Wadowice, sarà esposta come oggetto emblematico, che però non dice la fine di una storia”. Alla cerimonia di consegna dell’arma ha partecipato anche Simonetta Matone, capo Dipartimento Affari di giustizia, e l’ambasciatore polacco presso la Santa Sede Piotr Nowina-Konopka. Il museo della Casa di famiglia di Giovanni Paolo II di Wadowice, che sarà inaugurato il prossimo 9 aprile, potrà contare anche su un altro dono, che arriva dalla direzione del Policlinico Gemelli: Maurizio Guizzardi, direttore del Gemelli e Giorgio Menenschincheri, responsabile delle relazioni esterne dello stesso Policlinico, hanno infatti annunciato la donazione definitiva del letto, del comodino e degli arredi completi della stanza d’ospedale che per cinque volte videro i ricoveri e la degenza del Papa dell’Est al Gemelli. a cura di Emanuela Graziosi

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